Chi c’è dietro alla tua fotografia?

Conduci o ti lasci condurre?

Quando incontri una persona per la prima volta, cosa fai?

Ripeti la stessa conversazione che hai avuto con tutte le altre? La porti negli stessi posti? Le fai le stesse domande? Ti comporti nello stesso modo?

Immagino di no.

Perché ogni incontro produce qualcosa di diverso. Cambiano le persone, le energie, il modo in cui ci si avvicina o ci si tiene a distanza. Cambia quello che mostriamo e, soprattutto, quello che l’altro riesce a far emergere da noi.

E allora perché in fotografia dovrebbe essere diverso?

Eppure nel ritratto, e forse ancora di più nel boudoir, il rischio di ripetere ciò che già conosciamo è molto alto. Abbiamo imparato una posa che funziona, una luce che ci piace, un’inquadratura efficace. Se davanti all’obiettivo abbiamo una persona abituata a essere fotografata, poi, la tentazione diventa ancora più forte: lasciamo che faccia ciò che sa già fare.

Il risultato può essere tecnicamente impeccabile. Ma di chi è davvero quella fotografia?

Il Boudoir come un tango

Mi piace pensare alla fotografia di ritratto, e soprattutto al boudoir, come a un tango.

Nel tango i ruoli esistono. Qualcuno conduce e qualcuno segue. Ma chi segue non è un oggetto passivo che viene semplicemente spostato nello spazio: ascolta, interpreta, risponde. Ed è proprio quella risposta a modificare continuamente la danza.

In fotografia accade qualcosa di molto simile.

Il fotografo propone una direzione, crea uno spazio, osserva una reazione. La persona fotografata risponde attraverso il corpo, lo sguardo, un’esitazione, una resistenza, un gesto inatteso. E quella risposta dovrebbe a sua volta modificare ciò che il fotografo sta facendo.

Non è una sequenza di ordini.

È una relazione.

Ed è proprio lì che, a mio parere, il ritratto comincia a diventare interessante: quando smettiamo di applicare alla persona un’immagine che avevamo già in testa e iniziamo a osservare che cosa sta accadendo davvero davanti a noi.

Il repertorio che ci portiamo davanti all’obiettivo

Chi è abituato a essere fotografato possiede inevitabilmente un proprio repertorio.

Conosce il lato del viso che preferisce. Sa come mettere le mani, come inclinare il corpo, quale espressione funziona. Nel tempo ha costruito un’immagine di sé nella quale si riconosce e che probabilmente gli altri hanno contribuito a confermare.

Non c’è nulla di sbagliato.

Tutti abbiamo dei pattern. Dei modi ricorrenti di presentarci agli altri, anche senza una macchina fotografica davanti.

Ma per me è proprio qui che nasce una delle domande più interessanti per chi fotografa:

sono qui per replicare l’immagine che questa persona conosce già o posso provare a scoprire qualcosa che ancora non conosce di se stessa?

Se guardiamo le fotografie precedenti di una persona e troviamo sempre la stessa espressione, la stessa postura, lo stesso tipo di sensualità, possiamo limitarci a riprodurla.

Oppure possiamo diventare curiosi.

La maschera non è necessariamente falsa

Quando vedo un pattern che si ripete, mi piace considerarlo una forma di maschera.

Non nel senso negativo del termine. Una maschera non è necessariamente una bugia. Può essere semplicemente una parte di noi che abbiamo imparato a mostrare perché ci rassicura, perché sappiamo che funziona o perché è quella nella quale gli altri ci riconoscono.

Ma nessuno coincide con una sola immagine.

Una persona che nelle fotografie appare sempre sicura potrebbe avere una fragilità estremamente interessante da raccontare. Chi costruisce continuamente un’immagine sensuale potrebbe essere sorprendente nella sua parte più ironica, timida o distratta. Chi sorride sempre potrebbe avere uno sguardo immobile capace di raccontare molto di più.

Non significa costringere qualcuno a essere ciò che non è.

Significa non accontentarsi della prima versione che ci offre.

Osservare. Aspettare. Provare una direzione diversa. E vedere che cosa succede.

La tecnica si impara.
Lo sguardo va allenato

Un fotografo può essere tecnicamente ancora acerbo e possedere già uno sguardo indipendente.

Può sbagliare un’impostazione, non conoscere ancora perfettamente la luce, avere molto da imparare e, contemporaneamente, essere capace di osservare una persona con autentica curiosità.

Al contrario, si può possedere una tecnica impeccabile e continuare a produrre fotografie che avremmo potuto realizzare con chiunque altro.

È per questo che, secondo me, ciò che distingue un fotografo da una persona che fotografa è anche la capacità di vedere oltre ciò che ha immediatamente davanti.

La tecnica si studia, si esercita, si perfeziona.

Lo sguardo ha bisogno di altro: curiosità, interesse per le persone e anche una certa dose di coraggio. Perché cercare qualcosa di diverso significa rinunciare, almeno per un momento, alla sicurezza di ciò che sappiamo già che funziona.

Fai una prova

C’è un esercizio molto semplice.

Dopo aver fotografato qualcuno, vai a guardare le immagini che quella persona aveva già pubblicato o realizzato con altri fotografi.

Poi torna alla tua fotografia.

Si confonde con tutte le altre?

Hai riprodotto la stessa persona, nello stesso modo in cui lei stessa era già abituata a mostrarsi?

Oppure nella tua immagine compare qualcosa di diverso?

Non deve necessariamente essere qualcosa di clamoroso. Può essere un’espressione, un gesto, una tensione del corpo, una vulnerabilità, un’ironia. Una piccolissima sfumatura che prima non avevi visto.

Forse è proprio lì che comincia lo sguardo personale.

Perché una fotografia non racconta soltanto chi abbiamo davanti.

Racconta anche ciò che noi siamo stati capaci di vedere.



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Risposta

  1. Avatar E tu che immagine dai? – FOTOGRAFIA BOUDOIR ITALIA

    […] abbiamo smesso di esporci? Chi decide la tua fotografia? PERCEZIONE […]

    "Mi piace"

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