Quando conosciamo qualcuno, raramente il rapporto procede a velocità costante.
Ci sono momenti di accelerazione, di entusiasmo, di grande investimento relazionale.
E altri in cui rallentiamo, prendiamo le distanze, abbiamo bisogno di elaborare ciò che è accaduto.
Ci avviciniamo. Ci allontaniamo.
Ci apriamo. Ci fermiamo.
Succede continuamente nelle relazioni, anche senza che ce ne rendiamo conto. Non manteniamo la stessa distanza, la stessa intensità, la stessa disponibilità dall’inizio alla fine. Qualcosa cambia mentre conosciamo l’altro e, contemporaneamente, mentre l’altro conosce noi.
Fotografare una persona è una relazione.
Breve, ma pur sempre una relazione.
E come ogni relazione ha ritmi e tempi diversi. I nostri e quelli dell’altro.
A volte serve energia, altre volte bisogna rallentare.
Alcune cose accadono subito, altre hanno bisogno di tempo.
Questo significa anche accettare che ciò che accade durante un servizio fotografico non dipenda interamente da noi. Possiamo creare le condizioni, guidare, proporre, ma davanti abbiamo una persona che sta vivendo quell’esperienza con i propri tempi.
E questi ritmi cambiano anche durante lo stesso servizio fotografico.
Persona A, minuto 10 → spontaneità.
Persona A, minuto 40 → fiducia.
Persona A, minuto 70 → resistenza.
Persona A, minuto 120 → gioco.
Non dobbiamo necessariamente andare da un punto A a un punto B migliorando a ogni passaggio.
L’attenzione può essere altissima all’inizio e diminuire con il passare del tempo.
La fiducia, al contrario, può aver bisogno di costruirsi lentamente.
L’entusiasmo può accendersi, spegnersi e poi tornare.
E poi c’è il ritmo dell’intimità, che ha bisogno di lentezza.
Soprattutto nel ritratto e nel boudoir, credo sia importante accorgersi di queste variazioni. Perché non stiamo soltanto cambiando una posa, una luce o un’inquadratura. Stiamo chiedendo continuamente qualcosa alla persona che abbiamo davanti: attenzione, presenza, esposizione, qualche volta vulnerabilità.
Il problema nasce quando il fotografo ha un solo ritmo.
Quando dirige nello stesso modo dall’inizio alla fine.
Quando parla sempre con la stessa intensità.
Quando continua ad accelerare anche quando sarebbe il momento di fermarsi.
O riempie un silenzio che forse avrebbe bisogno di rimanere vuoto.
A volte siamo talmente concentrati su quello che vogliamo ottenere da non accorgerci che qualcosa davanti a noi è cambiato. Continuiamo perché fino a quel momento stava funzionando. Ripetiamo una modalità perché è la nostra modalità. Ma ciò che funzionava venti minuti prima potrebbe non essere più ciò di cui quella persona ha bisogno in quel momento.
Modulare significa prima di tutto osservare.
Uscire da se stessi e rivolgere lo sguardo verso l’altro.
Accorgersi di ciò che sta succedendo, invece di continuare a fare ciò che avevamo deciso di fare.
E forse è proprio questa una delle parti più complesse ma anche affascinanti del fotografare le persone: essere contemporaneamente dentro ciò che stiamo facendo e abbastanza fuori da noi stessi da riuscire a vedere chi abbiamo davanti.
Osservare il corpo, lo sguardo, il modo in cui cambia la voce. Accorgersi di un’improvvisa esitazione, di una stanchezza, di un’energia che sale o di una presenza che invece comincia a diminuire.
E modificare di conseguenza anche noi stessi. Per questo vedo bene la metafora dell’elastico.
Tendere, lasciare andare.
Avvicinarsi, arretrare.
Accelerare, aspettare.
L’elastico non rimane mai nella stessa posizione. Risponde a una tensione e cambia forma senza perdere la propria natura. Forse anche il fotografo dovrebbe riuscire a fare qualcosa di simile: rimanere se stesso senza avere bisogno di essere sempre uguale.
Ma essere elastici comporta impegno.
E richiede anche il coraggio di mettersi in gioco.
Perché cambiare ritmo significa anche rinunciare, almeno in parte, al controllo. Significa accettare che una relazione, anche quella brevissima che nasce durante un ritratto, non possa essere completamente prevista.
Perché è molto più semplice avere un metodo e applicarlo sempre nello stesso modo.
Molto più difficile è esserci davvero.


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