Quando la Polaroid sottrae il corpo al consumo dello sguardo.
Che cosa accade alla rappresentazione del corpo quando la fotografia smette di voler mostrare tutto?
Nella fotografia di Francesco Sambati la risposta sembra passare attraverso una parola: sottrazione.
Sottrazione di controllo, innanzitutto. Sottrazione di informazioni. E infine sottrazione del corpo a quello sguardo rapido che pretende di comprenderlo, giudicarlo e consumarlo quasi nello stesso istante.
È attraverso questi tre livelli che diventa interessante osservare il lavoro del fotografo salentino, che dopo gli studi artistici e i primi anni di produzione digitale ha progressivamente affiancato alla propria ricerca la pellicola istantanea, fino a fare della Polaroid uno dei mezzi centrali della sua produzione.
Nei suoi lavori ricorrono il paesaggio, l’assenza, l’inconscio e il corpo femminile. Ma soprattutto ricorre una fotografia che sembra chiedere allo spettatore qualcosa che siamo sempre meno abituati a concedere alle immagini: tempo.


Sottrarre il controllo
La prima sottrazione avviene ancora prima dell’immagine.
La Polaroid toglie possibilità al fotografo. Non consente la stessa reiterazione dello scatto digitale, non permette di verificare ogni particolare per correggerlo immediatamente al tentativo successivo e introduce nel processo una parte che non dipende interamente da chi fotografa. Luce, temperatura, chimica e comportamento della pellicola partecipano al risultato.
Quello che potrebbe sembrare semplicemente un limite diventa così parte del linguaggio.
È interessante che Sambati non arrivi alla Polaroid attraverso un rifiuto del digitale. I due mezzi convivono nella sua produzione e lui stesso ha raccontato di aver cercato inizialmente di tenerli separati, per poi accorgersi che inevitabilmente finivano per contaminarsi.
Quando iniziò a utilizzare la fotografia istantanea, fotografava praticamente qualsiasi cosa. Cercava di capire per che cosa quel mezzo fosse adatto e quali soggetti riuscisse a valorizzare. Una ricerca che sposta la questione dall’estetica del mezzo al suo linguaggio.
Perché scegliere una Polaroid non significa necessariamente voler ottenere una fotografia dall’aspetto nostalgico. Significa anche accettare ciò che quel mezzo non permette di fare.
E a volte è proprio una possibilità in meno a modificare il nostro modo di guardare.
Sottrarre informazioni
La seconda sottrazione avviene dentro la fotografia.
Il corpo femminile compare frequentemente nel lavoro di Sambati, ma raramente sembra avere il compito di dichiararsi completamente. Convive con stanze, muri, letti, finestre, luce e ombra. A volte è una presenza pienamente riconoscibile, altre sembra quasi appartenere allo spazio che lo contiene.
Lo stesso Sambati ha spiegato che, più dei soggetti, ad attrarlo sono le atmosfere. Un luogo, una composizione casuale di oggetti o un gesto possono diventare soggetti perché producono una sensazione. Anche la sua predilezione per il corpo femminile nasce spesso da qui: non tanto dal corpo fine a se stesso, quanto dalla sua capacità di accentuare l’atmosfera della fotografia.
È una posizione interessante soprattutto quando parliamo di fotografia del corpo.
Perché sposta la domanda da quanto mostrare a quanto lasciare irrisolto.
La sensualità non dipende più necessariamente dalla quantità di corpo visibile. Può nascere da una porzione, da un’ombra, da un gesto, dalla relazione tra una figura e una stanza. Anche da ciò che rimane fuori dall’inquadratura.
La sottrazione quindi non nasconde semplicemente: lascia spazio.
Ed è probabilmente qui che Bonaccia, uno dei lavori di Sambati dedicati alla figura femminile, diventa particolarmente significativo. Il titolo rimanda a una condizione di calma, all’assenza di vento e perturbazione. Nelle Polaroid del progetto il corpo sembra abitare proprio questa sospensione: non viene isolato dall’ambiente per essere offerto allo sguardo, ma rimane dentro una dimensione intima fatta anche di luce, ombra e silenzio.
Nel testo critico dedicato al progetto la Polaroid viene definita una sorta di “rifugio dorato” nel quale collocare la figura femminile. L’espressione è suggestiva perché descrive bene anche ciò che il piccolo formato fisico sembra fare: delimitare uno spazio.
Il corpo rimane visibile, sensuale, presente. Ma non sembra avere l’obbligo di spiegarsi interamente.
Sottrarre il corpo al consumo dello sguardo
Esiste infine una terza sottrazione, forse la più contemporanea.
Non riguarda ciò che il fotografo toglie dalla fotografia, ma ciò a cui sottrae l’immagine stessa: la velocità dello sguardo.
Oggi siamo diventati estremamente bravi a riconoscere le fotografie senza necessariamente osservarle.
Un corpo appare sullo schermo e in pochissimo tempo siamo già in grado di stabilire se lo consideriamo bello, sensuale, giovane, imperfetto, provocante, elegante. Riconosciamo il codice, formuliamo un giudizio e continuiamo a scorrere.
L’immagine è stata vista. Non è detto che sia stata davvero guardata.
È qui che il lavoro di Sambati diventa particolarmente interessante per chi si occupa di rappresentazione del corpo e della femminilità.
La sua fotografia non rinuncia alla sensualità. Spesso la cerca. Ma sembra separarla dalla necessità di essere immediatamente disponibile.
C’è una differenza sottile tra mostrare un corpo e consegnarlo interamente allo sguardo.
La Polaroid aiuta questa distanza. I suoi confini fisici, la materia, le variazioni cromatiche e una definizione che non ha la trasparenza delle immagini digitali contemporanee trattengono qualcosa. Ma il mezzo, da solo, non basta. Una fotografia analogica può essere prevedibile quanto una digitale, così come una fotografia digitale può essere ambigua e imperfetta.
Il mezzo, da solo, non produce uno sguardo. È il fotografo a decidere come piegarlo alla propria visione.
Nel lavoro di Sambati la Polaroid sembra diventare proprio questo: non un effetto da applicare alla realtà, ma uno strumento attraverso il quale decidere quanto concedere e quanto trattenere.
E quando non tutto viene consegnato immediatamente, succede una cosa molto semplice: siamo costretti a rimanere un po’ più a lungo.
In questo senso la sottrazione può diventare una forma di resistenza. Non perché impedisca di vedere, ma perché impedisce di vedere troppo velocemente.
La Polaroid nel 2026:
il ritorno del limite
C’è infine un elemento che rende questa ricerca particolarmente attuale.
Nel 2026 convivono due movimenti apparentemente opposti. Da una parte abbiamo strumenti sempre più potenti per ottenere immagini perfette, correggere la pelle, modificare i corpi, applicare filtri e persino generare attraverso l’intelligenza artificiale persone, luoghi e fotografie di realtà che non sono mai esistite.
Dall’altra continuiamo ad assistere a un rinnovato interesse per pellicola, vecchie fotocamere, fotografia istantanea e processi analogici.
Liquidarlo come semplice nostalgia sarebbe riduttivo.
Forse una parte di questo ritorno nasce proprio dal desiderio di recuperare ciò che la tecnologia ha progressivamente cercato di eliminare: il limite, l’attesa, l’errore, la materia e una certa imprevedibilità del risultato.
Non significa che l’analogico sia più autentico del digitale. Significa, piuttosto, che oggi abbiamo nuovamente iniziato a trovare interessante anche ciò che un’immagine non riesce o non vuole controllare completamente.
La fotografia di Francesco Sambati si inserisce bene in questa riflessione perché non propone un ritorno al passato. Mostra piuttosto quanto un mezzo possa ancora modificare il nostro rapporto con ciò che fotografiamo.
E nel caso del corpo la domanda diventa ancora più interessante.
Forse dopo anni trascorsi a cercare nuovi modi per mostrarlo, possiamo cominciare a chiederci anche che cosa accade quando decidiamo di sottrarne una parte allo sguardo.
Non per nasconderlo.
Per lasciare qualcosa da guardare.
Le pubblicazioni di Francesco Sambati
Le poche fotografie che accompagnano questo articolo vogliono essere soltanto un ingresso nel lavoro di Francesco Sambati. Una scelta intenzionale, anche perché una ricerca costruita intorno alla permanenza dello sguardo merita forse qualcosa di diverso da una sequenza di immagini rapidamente consumate su una pagina.
La ricerca di Sambati prosegue anche attraverso il libro fotografico, dove le immagini possono costruire relazioni, sequenze e tempi di osservazione differenti.
Tra le sue pubblicazioni troviamo Bonaccia, il progetto attraversato anche in questo articolo, e Fifteen Minutes, lavoro fotografico-editoriale nel quale ritorna in maniera ancora più esplicita la riflessione sul tempo dell’immagine e sulla necessità di opporre alla velocità del consumo una permanenza dello sguardo. Accanto a questi, altre pubblicazioni ampliano una ricerca che attraversa corpo, spazio, paesaggio e presenza umana senza esaurirsi in un unico progetto.
Ed è forse significativo che una fotografia fondata così profondamente sulla materia e sul tempo trovi nel libro una delle sue forme naturali. L’immagine torna a essere un oggetto da incontrare attraverso una sequenza, una pagina, una pausa.
Per questo le immagini pubblicate qui non vogliono sostituirsi ai lavori originali né raccontarli nella loro interezza. Sono piuttosto un invito ad andare oltre questo articolo e conoscere direttamente la produzione dell’autore.
Sul sito di Francesco Sambati è possibile esplorare i suoi progetti, la produzione Polaroid e digitale e le sue pubblicazioni.
Perché se c’è qualcosa che la fotografia di Sambati sembra ricordarci è che guardare richiede ancora tempo.
Per conoscere il lavoro e le pubblicazioni di Francesco Sambati:
francescosambati.com

FRANCESCO SAMBATI
Dopo aver concluso gli studi artistici si avvicina alla fotografia, finché, dopo i primi due anni di pubblicazioni ed esposizioni, inizia ad affiancare alla produzione digitale l’attività su pellicola istantanea (Polaroid) che diventa la sua produzione principale.
Le sue foto affrontano in particolar modo i temi dell’esplorazione del paesaggio, dell’assenza e dell’inconscio, cercando di farli convergere insieme in un comune punto d’incontro.

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