Quando le parole smettono di descrivere e iniziano a vendere illusioni
Nel panorama fotografico contemporaneo termini come workshop e model sharing vengono spesso usati come sinonimi.
Ma non lo sono.
La confusione non nasce da un errore linguistico, bensì da una scelta comunicativa che negli anni ha prodotto una vera e propria zona grigia, in cui eventi diversi vengono presentati con lo stesso nome, generando aspettative sbagliate e un progressivo impoverimento culturale del settore.
Il problema non è l’evento in sé.
Il problema è l’uso delle parole e l’intenzione.
Cosa si intende per workshop e model sharing
Un workshop, nel senso professionale e culturale del termine, implica:
- formazione
- guida
- processo
- responsabilità didattica
Chi organizza un workshop si assume il compito di trasmettere competenze, di spiegare un metodo, di accompagnare i partecipanti in un percorso di apprendimento.
Un model sharing, invece, ha un obiettivo differente:
- dividere i costi di una modella o di una location
- scattare immagini
- costruire o aggiornare un portfolio
Sono due formati legittimi, ma non equivalenti.
Diventano problematici quando uno viene venduto come l’altro.
Il contesto italiano: un’ambiguità strutturale
In Italia l’ambiguità terminologica è diffusa e spesso funzionale.
La parola workshop è percepita come più autorevole, più formativa, più “alta”.
Il model sharing, al contrario, viene vissuto come un evento minore, di serie B, e quindi frequentemente mascherato.
Il risultato è che molti eventi, nella pratica, sono model sharing
ma vengono presentati come workshop.
Questa ambiguità conviene a tutti, almeno nel breve periodo:
- all’organizzatore, che può vendere “formazione” a un prezzo maggiore;
- al partecipante, che si sente un artista in formazione e non un semplice fruitore estetico (o nel peggiore dei casi un “guardone”);
- alla modella (a volte), perché è spesso l’unico modo per lavorare in un mercato che non distingue più chiaramente tra professionismo e amatorialità.
Ma ciò che conviene nel breve termine ha un costo nel lungo termine.
Il confronto con l’estero
In molti contesti esteri, Regno Unito, Germania, Nord Europa, Stati Uniti, la distinzione è più netta.
- Workshop significa insegnamento, mentoring, responsabilità didattica.
- Model Sharing o Group Shoot indica un evento di scatto condiviso, senza promesse formative.
Non esiste stigma nel chiamare le cose con il loro nome.
Anzi: paradossalmente, il model sharing all’estero gode di maggiore dignità proprio perché non è mascherato.
La chiarezza tutela tutti.
Le criticità del sistema
L’ambiguità produce effetti sistemici:
- Svuota di significato i workshop seri, quelli che prevedono tempo, struttura e reale trasmissione di competenze.
- Scredita anche i model sharing ben fatti, che finiscono per essere associati a eventi non chiari o poco professionali.
- Soffoca la crescita artistica, sostituendo il processo con l’illusione.
- Anestetizza il senso critico, perché la parola “workshop” diventa una giustificazione sociale.
Il problema non è morale.
È culturale.
Consapevolezza selettiva
Un errore comune è pensare che i partecipanti non capiscano.
Spesso, invece, esiste una consapevolezza selettiva.
Molti sanno che non impareranno davvero.
Ma la parola workshop offre un alibi:
rende accettabile ciò che altrimenti sarebbe percepito diversamente.
È un meccanismo collettivo, non individuale.
Come riconoscere un falso workshop
Alcuni segnali ricorrenti aiutano a distinguere un workshop da un evento che ne utilizza solo il nome:
- programma didattico assente o vago
- numero eccessivo di partecipanti per set
- comunicazione focalizzata esclusivamente sull’estetica della modella
- assenza di spiegazioni strutturate prima e durante lo scatto
- mancanza di chiarezza su liberatorie e uso delle immagini
Un workshop serio non teme la trasparenza.
Possibili soluzioni
Le soluzioni non richiedono rivoluzioni, ma responsabilità linguistica:
- chiamare ogni evento con il proprio nome;
- dichiarare chiaramente obiettivi e limiti;
- distinguere tra scatto e formazione;
- restituire dignità a entrambi i formati, senza gerarchie fittizie.
La chiarezza tutela chi organizza seriamente, chi partecipa consapevolmente e chi lavora nel settore con rispetto.
Conclusione
Non si tratta di giudicare gli eventi, ma di smettere di confondere le parole.
Finché non chiameremo le cose con il loro nome, resteremo in una zona grigia in cui la crescita artistica viene soffocata dal marketing dell’illusione, sporcando il settore con altri fini.
E in tutto questo, la vera vittima è la fotografia.

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