Forza ed autenticità nel nudo di Jo Schwab

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La fotografia di Jo Schwab è immediata, carnale, ti schiaffeggia con la forza degli sguardi netti dei soggetti, ma poi non ti lascia, anzi ti trattiene per la bellezza e l’autenticità dei nudi rappresentati.
Noi di Fotografia Boudoir Italia ne siamo rimasti affascinati e non potevano non condividere il suo lavoro. Ma sarebbe riduttivo parlare solo dei suoi nudi, guardate tutto il sito, anche la sezioni ritratti, siamo certi che apprezzerete anche voi questo fotografo.

Operante nel campo della pubblicità e della moda, il fotografo tedesco classe 1969 Jo Schwab realizza dei ritratti che sembrano succhiare l’anima dei suoi soggetti. Col suo attento obbiettivo, infatti, egli riesce a cogliere un’espressività non comune, intima e introspettiva. Gli sguardi sembrano parlare, raccontare qualcosa che va oltre la sfera pubblica, è come se il fotografo riuscisse a catturare un frame di una storia che sta accadendo o che quegli sguardi vorrebbero accadesse.
Il nudo, in questo contesto, si annulla, diventa un accessorio, un elemento che spinge il racconto ma non ne è protagonista.
Bene, ecco le immagini. Buona visione!

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L’eros italiano arriva in Romania con la modella Andreea Lozincă

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Fotografia Boudoir Italia magazine non può che essere orgogliosa e felice di un ulteriore abbattimento delle barriere, mentali, fisiche, culturali e perchè no un indiretto riconoscimento d’interesse a livello internazionale.
Oggi parliamo nuovamente dell’innovativo progetto Il Ritratto dell’eros a cui ha partecipato la vulcanica Andreea, che come altre sue sfide ha voluto vivere in prima persona. Metterci la faccia sempre e dare un esempio positivo, questo il suo motto , ma riportiamo l’intervista pubblicata sul quotidiano nazionale rumeno sotto, tradotto (perdonerete) con Google.
Sotto trovate la copia cartacea e quella online su cui è stata pubblicata l’intervista.
Micaela Zuliani, fotografa e Luisa Cittone in arte Supercittons, illustratrice d’arte erotica, hanno avuto il piacere e l’onore di conoscere Andreea il mese scorso, in occasione del folle ed anticonformista progetto artistico “Il Ritratto dell’eros” che trovate qui e che vede Andreea ritratta distesa sul tavolo nella sua totale ed autentica bellezza (copertina del giornale).

traduzione dell’articolo
Modella rumena con piede amputato: “Voglio aiutare le donne a vedere il loro potere, potenziale e bellezza”
Andreea Lozincă impressiona e ispira molte donne. La 29enne è rimasta senza piede destro dopo un incidente d’auto, ma è riuscita a reinventarsi lavorando duramente in palestra e marciando sui podi della moda in Italia o Francia.
Andreea Lozincă (29 anni) si è trasferita con la sua famiglia in Italia dal 2003. Si è stabilita rapidamente, ha finito il liceo e tutto sembrava andare al meglio. Ma il destino ha reso difficile il test, dopo solo pochi anni. Nel 2007 ha avuto un grave incidente d’auto. È sopravvissuta, ma i problemi sono rimasti. Nel corso del tempo, la sua situazione è diventata sempre più complicata, soprattutto perché i medici italiani hanno risolto la sua diagnosi troppo tardi. “Ho perso la gamba, o piuttosto ho detto ‘Ho fatto un regalo alla scienza’, come mi piace dire, a dicembre 2015, a seguito dell’incidente che ho avuto nel 2007”, racconta con umorismo. “Perché così tardi? Perché ho scoperto solo nell’ottobre 2015 che ho avuto un’infezione grave, l’osteomielite, dal 2008, che non è mai stata adeguatamente trattata. Così, ho deciso di “prendere il male dalla radice”. Peccato che dopo questa operazione, abbiamo avuto altri 10 ricoveri, l’ultimo nell’aprile di quest’anno. Ogni volta che ho avuto la fortuna di scoprire che non era a causa dell’infezione ossea, ma solo sui tessuti del moncone ”, aggiunge Andreea. I problemi non le hanno impedito di diventare madre nel 2010, dopo che aveva incontrato suo marito due anni prima e si erano sposati nel 2009. In effetti, suo marito, Alexander, l’ha sostenuta in tutto ciò che fa e ha fatto. si assicurò che tutti gli incubi dei ripetuti ricoveri e soprattutto della perdita del piede diventassero sopportabili. 
“Dopo l’amputazione è scoppiato qualcosa in me”. In totale, ha subito non meno di 15 operazioni ed è stata ricoverata in ospedale per anni. Manca una gamba nel 2015, Andreea si è svegliata in un importante nodo stradale per il suo destino. Lo sport l’ha aiutata molto nella prima fase. 
“Dopo la mia amputazione è scoppiato qualcosa in me, ho promesso a me stessa che avrei iniziato a muovermi regolarmente, ma non solo per un periodo, ma per il resto della mia vita. Così ho iniziato la stanza due mesi dopo l’intervento e due settimane dopo aver indossato la mia prima protesi. E l’anno scorso ho iniziato a praticare uno sport di montagna chiamato Vertikal o Sky Race, che ho scoperto dopo un periodo molto difficile e stressante della mia vita. Al contrario, non è uno sport facile. Ma penso di aver bisogno di competere con me stesso “, afferma Andreea. 
E proprio di recente, è arrivata in un mondo inaudito fino ad allora, che ha iniziato a scoprire e ha aiutato tanto quanto lo sport. Su suggerimento di un amico, il rumeno ha accettato di esibirsi in una piccola sfilata di moda per una boutique nel nord Italia. E quella che all’inizio sembrava solo una singolare, particolare esperienza, divenne una parte importante della sua vita. Questo è stato seguito da altri eventi in cui ha presentato collezioni di moda e la sua presenza non è passata inosservata.
“L’ultimo importante evento a cui ho partecipato è stato per Phoenix Alternative Models, a Parigi, quest’anno, durante la settimana della moda di Parigi. Fu organizzato all’Hotel des Invalides, un’istituzione storica francese, di fama internazionale. Ho sfilato con le collezioni precedenti e quella appositamente creata per l’occasione, da Fabio Porliod, uno stilista italiano di origini francesi, per spingere, cambiare le regole, i paradigmi della femminilità e della disabilità, nel modo più innovativo e sorprendente possibile. 
Ho risposto alla prima chiamata dell’anno scorso per scoprire se è un buon modo per inviare determinati messaggi e l’ho trovato eccellente. E non solo mi piace, ma è stato dimostrato che il pubblico è molto emozionato e toccato da tali notizie e nel settore della moda in generale. Ecco perché ho deciso di continuare a posare per i marchi e partecipare alle sfilate. Non lo faccio per raccogliere complimenti, perché, francamente, mi mettono a disagio. Devo fare ciò che faccio non per aumentare la mia autostima, ma al contrario, proprio perché ho imparato a credere in me stesso, con il bene e il male, voglio aiutare le donne a vedere il loro potere, potenziale e bellezza, dentro e fuori. esterno “, dice.
Tra gli altri progetti nel mondo della moda, Andreea ha posato per Carolina Amoretti, fotografo e direttore creativo Fantabody, per la collezione “Amazones” e per Micaela Zuliani, fotografa boudoir, nell’ambito del progetto “Ritratto dell’eros” (foto sotto).
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Per Micaela, ho deciso di posare per diversi motivi, anche se non è stato facile, tenendo conto del tipo di esposizione. Uno di questi motivi è stata l’idea del progetto stesso, che ho abbracciato senza esitazione. Quello per promuovere la donna vera, autentica, senza discriminazioni e senza ritocco estetico con Photoshop, per cancellare i confini e legittimare qualsiasi tipo di donna. Anche se siamo nel 2019, ci sono ancora molte disinformazione e tabù sull’universo femminile. Attraverso pergamene, servizi fotografici e progetti come il Ritratto dell’eros, d’altra parte, ho scelto di approfondire il concetto di fiducia in se stessi, di vivere e sentire le donne, nonostante gli handicap e le imperfezioni, non solo nella vita pubblica, ma anche nel privato.
Andreea Lozincă modella

Shadow – Sophie Calle

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Nella ventiquattresima puntata della sua rubrica, lo scrittore racconta come in Shadow l’artista, trent’anni prima di Facebook, documenti, in un pedinamento, l’invenzione della vita reale

L’erotismo di Carla van de Puttelaar

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Carla van de Puttelaar è una fotografa olandese che ha come obiettivo la ricerca dell’essenza pura della donna. Nella delicatezza e intimità dei suoi scatti, infatti, trapela una sensualità essenziale che individua e fissa la perfezione dell’imperfezione del corpo femminile. Ciò è ottenuto attraverso l’attenzione per i particolari, i gesti e i minimi dettagli che sono illuminati tra le ombre, risultano particolarmente bianchi, quasi funerei, richiamando la pittura olandese del XVII secolo.
Il risultato è un erotismo delicato, quasi innocente, che tuttavia risulta forte ed emozionante.
Ecco le immagini. Buona visione!

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Kimbra Audrey – autoritratti

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Kimbra Audrey è un’artista americana che vive e lavora a Parigi. Dopo aver lavorato come modella per quasi un decennio, Kimbra era frustrata dalle immagini superficiali costantemente create da lei e non in linea con i suoi valori. Ha lottato con la depressione per tutta la sua vita e ha iniziato a fare autoritratti in un modo catartico per creare delle immagini più reali di se stessa.
Kimbra gira esclusivamente in film, che sviluppa e stampa a casa. Non ritocca le sue immagini e trova la bellezza nelle imperfezioni naturali che si verificano durante le riprese di un film.

“Nel marzo di quest’anno sono andata a Melbourne, in Australia, per la prima volta. Sapevo che l’Australia era conosciuta per le sue famose spiagge e volevo trovare le migliori su cui fotografarmi. Avevo letto di un posto chiamato Bushrangers Bay e quando l’ho studiato per la prima volta ho scoperto che qualcuno era morto di recente lì. Ci sono ripide scogliere, correnti imprevedibili e rocce frastagliate. La spiaggia è molto isolata e ci vuole un’ora di camminata per raggiungerla. Nella baia ci sono piscine di roccia in cui puoi nuotare ma sono accessibili solo durante la bassa marea. La prima volta che ci sono andata, la marea stava già iniziando a entrare, quindi non ero in grado di fotografare molto. Sono anche scivolata e caduta in una piscina di roccia con le mie macchine fotografiche, il treppiede e tutto il mio film. Funzionavano tutti ancora, non è la prima volta che cadono nell’oceano.

Quindi sono tornata una seconda volta con la mia cara amica Lucy, siamo andate al mattino, prima ancora che il sole sorgesse. Per quasi mezza giornata abbiamo avuto l’intera spiaggia tutta per noi. Abbiamo ripreso per ore, nuotato e ci siamo abbronzate, ma poi è arrivata un’onda che mi ha tramortito e buttato quasi giù, ho rischiato di morire, fortunatamente la mano di Lucy mi ha salvato, cosi abbiamo deciso di riprendere tutto per immortalare quel momento, di panico ma anche di libertà. ” https://storyofmag.com/blog/i-almost-died

Sotto traduzione con google dal blog https://www.sukuhome.com/blogs/journal/suku-x-kimbra-audrey , perdonate gli errori.

In che modo lavorare con l’autoritratto ti ha permesso di esplorare la tua salute mentale e il tuo percorso di auto-esposizione?
Prima di iniziare a realizzare autoritratti ho lavorato come modella per quasi un decennio. È stato davvero frustrante e dannoso per la mia salute mentale lavorare in quell’industria all’epoca. Lavorare nella moda mi ha sviluppato una relazione estremamente malsana con il mio corpo. 
Ho iniziato a scattare autoritratti mentre facevo la modella semplicemente per documentarmi nel modo in cui mi vedevo. Volevo creare immagini autentiche che non fossero state ritoccate. L’autoritratto è estremamente catartico e mi ha permesso di riconnettermi con il mio senso di sé. Mi ha anche insegnato ad amare il mio corpo così com’è e ad abbattere i valori patriarcali che mi erano stati instillati dalla società per tutta la vita.

Sito Web di Kimbra Audrey | Instagram

Sotto solo una parte delle bellissime foto che trovate sul suo sito, consiglio di approfondire la visione.

Rivisitazioni della donna con BERNHARD HANDICK

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L’arte di Bernhard Handick, fotografo e artista multidisciplinare, non si esaurisce con uno scatto, anzi, il vero lavoro inizia solo dopo aver sentito il click della macchina fotografica. 

Infatti, alcune sue fotografie non vengono modificate, restituendo la realtà di quel momento preciso, invece altre vengono sottoposte a un lavoro di modifica, ma non con Photoshop o di post produzione. Bernhard trasforma i suoi scatti utilizzando il colore, la vernice o creando con essi dei collage. Questo processo, al contrario di quello che si possa pensare, non distrugge l’immagine, ma crea una sorta di profondità, la rende meno piatta e la investe di un significato tutto nuovo. 

Al centro della sua ricerca artistica, sia che si tratti di fotografie che di collage, troviamo sempre il corpo femminile nudo. In questo modo Bernhard Handick riesce a vestire anche i panni dello scultore, che gioca con i corpi e li trasforma in opere d’arte. 

Qui sotto trovi una selezione dei suoi lavori, per scoprirne di più vai sul suo sito

Fonte: Collater.al

Jean-Francois Jonvelle, maestro francese della fotografia erotica.

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Sensualità ed eleganza sono elementi impliciti e fondanti nel lavoro del fotografo Jean-Francois Jonvelle (1943-2002), colui che viene considerato il maestro francese della fotografia erotica.
Le sue opere sono degli scorci di erotismo mai esplicito fatti di pose sensuali, sguardi allusivi e mezzi sorrisi accennati. Anche negli scatti di nudo, o quelli in cui questo si intravede, egli è capace di far lavorare l’immaginazione, crea stimoli in grado di risvegliare fantasie.
L’uso del bianco e nero, inoltre, sembra infondere un clima sognante, adatto per lasciarsi andare all’inventiva.
Ecco gli scatti. Buona visione!

Autenticità femminile, progetto Søster Studio

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Il progetto fotografico del Søster Studio è tutto incentrato sull’autenticità e l’empowerment delle donne. La serie di immagini NSFW comprende un cast d’eccezione: dalla stilista Kama Krystel, alla fotografa Anne-Line Nygaard, la fondatrice del marchio Pernille Nadine che ha realizzato queste fotografie.

Un aspetto interessante della serie di immagini è che gli abiti non oggettivizzano le donne, ma danno loro un senso di potere e controllo. Non capita tutti i giorni che un marchio di moda faccia un progetto che non si concentri sui vestiti. Ma Søster è diverso, non è solo un negozio online, ma anche un luogo di ispirazione.

“Con questo progetto non volevo concentrarmi sugli abiti, volevo trasmettere un’emozione, una storia, una verità”.

Le immagini sono scattate su pellicola senza ritocchi, per accentuare l’identità delle modelle e permettere loro di esplorare la loro sensualità. La diversità è un altro punto chiave:

“Anche la diversità e la rappresentazione sono molto importanti per me, c’è un’enorme carenza di questo aspetto nell’industria della moda. Attraverso ogni scatto cerco di riflettere la società in cui viviamo e le donne meravigliose che ci circondano nella vita”.

Alla fine, questo progetto è una celebrazione dell’unione delle donne. Il suo obiettivo principale è quello di dimostrare che le donne dovrebbero festeggiare l’un l’altra piuttosto che essere competitive.

Visita ora il sito dello studio qui.
Fonte: Collater.al

Visioni sul concetto di Bellezza – Justin Dingwall

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Il fotografo e artista visivo sudafricano Justin Dingwall costruisce immagini di forte impatto visivo, capaci di catturare immediatamente l’attenzione di chi le guarda. Attraverso forma e composizione ben studiate, tutte le immagini esplorano un’ampia gamma di temi importanti, dalla xenofobia in Sudafrica agli stereotipi obsoleti dell’albinismo.

Justin Dingwall si è sempre occupato delle minoranze e dei “diversi”, come nella sua serie Albus del 2016, nella quale mette in discussione la nostra comprensione della bellezza albina.

A Seat at the Table è il nome di un’altra sequenza di immagini che sfrutta oggetti di uso quotidiano in maniera creativa. Il modello della serie, Moostapha, è affetto da vitiligine, condizione che non viene nascosta, ma esaltata.

In Fly by Night l’artista si serve della favola del Brutto Anatroccolo per commentare la questione della xenofobia in Sud Africa. Dingwall traspone questa metafora nella sua serie fotografica, usando un vero e proprio cigno nero. Il suo immaginario diventa parte attiva nella trasposizione di tematiche complesse e vogliono indirizzare il pubblico nella giusta direzione, quale?

Quella che vede la diversità come un valore.

Non è un caso che l’artista abbia affermato più volte che il suo lavoro non riguarda la razza, la politica o la moda, ma la percezione e “ciò che soggettivamente percepiamo come bello”.

Fonte: Collater.al


Liquere, corpi nudi e acque calme nelle fotografie di Danny Eastwood.

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Danny Eastwood è il fotografo che ha fatto dello straniamento il suo marchio di fabbrica e con Liquere ci mostra come.

Ostranenie, l’arte di presentare al pubblico cose comuni in modo inconsueto anche al fine di migliorarne la percezione.
È questa la parola d’ordine alla base dei progetti del pluripremiato fotografo Danny Eastwood, tra cui spicca l’affascinante e confuso Liquere.

Liquere, dal latino “essere fluidi”, è una collezione di 16 scatti che raccontano una storia fatta di corpi nudi e acque calme.
Corpi che si confondono, uniscono, sfumano e diventano astratti non appena entrano in contatto con un liquido limpido e inondato di luce.

Le forme scultoree si mostrano e nascondono, si immergono per poi galleggiare in un movimento fluido e transitorio che nella sua perfezione ammalia, confonde e regala a un qualcosa di, tutto sommato semplice, una dimensione differente rispetto al modo in cui generalmente siamo abituati a conoscerla.

Fonte: Collater.al

L’erotismo non ha età- foto Rankin

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L’amore non ha età e l’intimità va celebrata in tutte le sue forme.
Gli emozionanti fashion film di Rankin, noto fotografo britannico e ideatore del profumo genderless S&X, lasciano spazio all’amore senza limiti, fluido, senza barriere di età o di sesso.I tre short film parte della campagna sono un tripudio di corpi, giovani, maturi e di ogni orientamento sessuale che si sfiorano, toccano, baciano e uniscono.
Noi, per voi, ne abbiamo scelto uno in particolare.
Quello forse più forte, quello a cui siamo meno abituati ma che, in un modo tutto suo, lascia sensazioni bellissime.

guarda il video dello spot


Fonte: https://www.collater.al/omaggio-erotismo-rankin/


L’età anziana è una fase di vita tanto quanto l’adolescenza e l’età adulta, e così come nelle altre anche in questa è possibile imparare e crescere, ricreare se stessi, e dare spazio perché no anche al piacere. Basta solo pensare al capolavoro di Gabriel Garcia Marquez, L’amore ai tempi del colera, baluardo della difesa all’erotismo in ogni fase della vita. Da una parte troviamo Jeremiah de Saint – Amour che si toglie la vita pur di non vedersi anziano, dall’altra Florentino Ariza che dopo cinquant’anni dichiara all’amore della sua vita, Fermina, di essere ancora innamorato. E per loro, a cui era stato vietato di amarsi da giovani, l’ultima fase di vita regalerà ancora la passione.
Alla luce di ciò, quanto è importante il sesso tra i senior? Per alcuni certo lo è, per altri è stato messo nel dimenticatoio come altre attività magari, con la scusa che con l’età certe cose non vanno fatte più, come probabilmente pensava Jeremiah. Come se fosse necessario chiudersi, rintanarsi, fisicamente ed emotivamente, perché l’ultima parte della vita va affrontata così. Niente di più falso e sbagliato. Non è una novità e ce lo siamo detti già tante altre volte.
Ritornando alla sfera sessuale, i senior soffrono in larga misura degli stessi problemi che colpiscono anche persone più giovani, certo è che nel loro caso c’è un corpo che risponde in modo diverso ma non per questo bisogna mettere il problema tra parentesi, pensando che tanto non è risolvibile. Anche perché da ricerche è emerso che per una grande fetta di uomini il sesso e l’amore sono molto importanti anche in età avanzata. Pensiero che rimane nascosto e magari fatica a trovare spazio soprattutto se dall’altra parte si trova la maggioranza dei medici disinteressati all’argomento oppure impreparati a trattarlo. Pertanto il fatto di avere di fronte dei sanitari che non chiedono, comporta che viene inviato il messaggio implicito che quella sfera non deve essere toccata, che non esiste o non è importante. La gerontosessuologia è ancora un ambito in costruzione, soprattutto perché fino a pochi decenni fa la vita media era più bassa e non c’era il problema di gestire certe problematiche. Ma come si svolge una consulenza? E l’intervento?

L’INTERVENTO SESSUOLOGICO PER I SENIOR
La gerontosessuologia è un approccio completo e multidisciplinare che abbraccia molti aspetti dell’esistenza umana: biologico, psicologico, sociale, culturale e relazionale. Ecco in sintesi i possibili metodi di intervento che un paziente potrebbe incontrare:

  • Indagine sullo stato di salute generale, se è presente incontinenza urinaria, il rapporto con il corpo, se c’è un partner, l’approccio verso il sesso, dove e con chi si vive, relazione con le persone circostanti, etc.;
  • Raccolta della storia del paziente e accettazione senza giudizio dello stesso;
  • Chiarire la richiesta (del singolo o della coppia), porre l’obbiettivo e capire quali sono le aspettative;
  • Rispettare le scelte del/i paziente/pazienti;
  • Sostegno nel superare eventuali inibizioni al fine di coadiuvare scelte autonome;
  • Fornire informazioni e anche permessi se sono necessari. Informazioni su come cambia il corpo, soprattutto per le donne, e permettere l’affiorare di fantasie erotiche spesso inibite da tutta la vita;
  • Suggerire eventualmente l’utilizzo di “aiuti esterni”: lubrificanti, olii, dilatatori vaginali, esercizi di Kegel, tentare nuove modalità di stimolazione;
  • Spostare l’attenzione dal piacere genitale a quello emotivo/corporeo;
  • Reinventare l’erotismo lontano da paure e inibizioni;
  • Scoprire nuove forme di piacere.

La consulenza sarà ovviamente cucita ad arte sulle persone, sulla vita, sui desideri e sulle difficoltà portate alla luce. Come direbbero Florentino e Fermina: non è mai troppo tardi.
Fonte : Osservatorio senior

Douglas Kirkland e gli scatti sessuali con Marylin

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“THAT CLICK”, QUELLO LEGGENDARIO DI DOUGLAS KIRKLAND

Alla festa del Cinema di Roma è stata proiettato un documentario sulla vita e la fotografia di Douglas Kirkland. ” Io potevo essere quel cuscino di Marylin, invece ho deciso di fare foto. Perchè io voglio fare solo foto. “

Luca Severi in “The Click”, documentario in Prima Mondiale alla Festa del Cinema di Roma, prodotto da LSPG Inc. La vita, le opere di questo fotografo che non soltanto ha ritratto un’epoca, gli anni ’60, l’ha segnata. In realtà ha attraversato più di un’epoca, benché i sixties restino irripetibili ed indimenticabili. Douglas Kirkland è molto più dell’autore della celebre ed iconica foto a Marylin Monroe, i suoi ritratti hanno raccontato come lo show business sia entrato nell’immaginario collettivo ed hanno contribuito a farlo. E non di meno, il suo lavoro non glamour ma ugualmente vasto di fotogiornalismo. Nel documentario una serie di testimonianze all stars, come quelle di Sharon Stone, Nicole Kidman, Baz Luhrman, Luca Guadagnino, Roberto Bolle. E una testimonianza live, di Maria Grazia Cucinotta, al MAXXI a Roma per la Prima Mondiale di “That Click”, in un incontro affettuoso e ricco di complicità dopo la loro bella collaborazione.
A cura di Riccardo Farina e Michele Pelosio.

Ed è proprio Marilyn l’icona a cui è indissolubilmente legato il lavoro del fotografo canadese. Che appena 27enne fu mandato dalla rivista Look a immortalare la diva. “Voglio lenzuola di seta, Dom Perignon e un disco di Frank Sinatra. Poserò nuda, ma da sola con te”, disse l’attrice al giovane reporter, che la ritrasse nelle pieghe voluttuose di lenzuola di seta bianche. Quelle foto straordinarie nacquero grazie alla speciale intimità che si creò imprevedibilmente tra i due: a un certo punto Marilyn invitò Douglas a stendersi accanto a lei. “Non so perché non accolsi l’invito – dice Kirkland – Certamente una ragione è che ad aspettarmi a casa c’erano la mia prima moglie e i miei tre figli. Ma credo anche che inconsciamente sapessi che tutta quella energia sessuale che si era creata tra di noi sarebbe rimasta nelle foto, se avessi continuato a scattare. Ora sono certo di avere fatto la cosa giusta. Alla fine mi sdraiai per terra di fianco al letto, e fu un po’ come se avessimo veramente fatto l’amore. Cominciammo a parlare della nostra vita: lei mi raccontò che si era sposata a 16 anni solo per fuggire all’affido presso una famiglia che non conosceva, io le dissi che avevo incontrato mia moglie al liceo”. 

Gli scatti vennero pubblicati il 17 novembre del 1961, appena sei mesi prima della morte della Monroe, e segnarono l’inizio di una fantastica carriera. Dopo Marilyn, l’obiettivo di Douglas Kirkland fermò momenti ed espressioni irripetibili di tutte le più grandi star, da Mick Jagger a Sophia Loren, da Coco Chanel a Marlene Dietrich e Andy Warhol. Jack Nicholson che tiene fra le labbra un fiammifero acceso come se fosse una sigaretta, Richard Burton e Liz Taylor che si fronteggiano, tra un bacio e lite. Judy Garland che piange sfinita dai ritmi di lavoro pazzeschi a cui la sottoponevano.Audrey Hepburn con quel sorriso tanto speciale, dopo una lunga passeggiata insieme a Douglas, loro due da soli, per i boulevard di Parigi. 

Sam Haskins

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Nato a Johannesburg nel 1926, si trasferisce a Londra nel 1947, dove frequenta una scuola di fotografia. Nel 1950 ritorna a Johannesburg e ivi apre uno studio fotografico, lavorando nel campo della pubblicità. Rientra a Londra nel 1968 dove, alcuni anni dopo, apre un nuovo studio fotografico.
Le sue pubblicazioni fotografiche più importanti sono: “Five Girls”, “Cowboy Kate”, “November Girl”, “African Image”, “Sam Haskins a Bologna” e “Haskins Poster”. Nel nudo femminile di Sam Haskins si nota il professionalismo attento e curato del fotografo di still life.

Haskins segue molto il mutare delle mode e le nuove tendenze. Egli stesso scrive: “Dopo tutto, il gradimento del pubblico deve essere lo stimolo principale che ispira qualsiasi artista”.
Splendidi sono i suoi nudi in bianco e nero delle eroine di “Cowboy Kate”; dettagli sgranati, neri profondi, tagli audaci ed una impaginazione di altissimo livello. Ineccepibili i suoi fotomontaggi: la mela con dentro il viso di una ragazza, un piccolo nudo femminile inserito in un paesaggio irreale di rocce minerali e tanti altri. I suoi più recenti lavori a colori sono di una bellezza indescrivibile.

http://www.samhaskinsblog.com/

Kishin Shinoyama

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Figlio di un monaco buddista, Kishin Shinoyama (1930) inizia a studiare fotografia all’inizio degli ’60 all’Università di Nihon a Tokyo. Dal 1968 è freelance nel campo della moda, dello sport, della pubblicità e della stampa. Nel 1970, l’Associazione dei fotografi giapponesi lo elegge fotografo dell’anno.
Affermato fotografo di nudi, espone a photokina. I suoi lavori colpiscono per una forte stilizzazione dei corpi, che si discosta dalla tradizione allora in auge. Shinoyama concepisce la fotografia di nudo al pari di uno scultore, come un esercizio di modellato e a volte il risultato sono delle forme dichiaratamente astratte.
Shinoyama è oggi considerato uno dei maggiori fotografi giapponesi e appartiene alla generazione che ha fatto conoscere la fotografia giapponese in tutto il mondo.

Shinoyama insieme a Haskins e Giacobetti produssero la fotografia erotica degli anni ’60 più influente nei rispettivi paesi. Hanno creato una rivoluzione nella fotografia artistica nuda rifiutando i cliché di Playboy, evitando i modelli statuari e le pose stereotipate che si possono trovare nelle pubblicazioni dell’epoca. Per citare Sam Haskins, “Queste erano vere ragazze dal vivo e si stavano divertendo”. Rifiutando le distinzioni tra l’arte e quella che allora era considerata pornografia, questi artisti aiutarono a inaugurare un nuovo ordine mondiale erotico. Oltre a risvegliare l’interesse per la fioritura delle rivoluzioni sessuali degli anni ’60 e dei suoi correlati visivi, questa mostra fa luce sulle ansie contemporanee che circondano le femministe e il femminismo.

I nudi scultorei di Yoram Roth

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La raccolta Spatial Concepts dell’artista tedesco presenta un’originale punto di vista sulla fotografia contemporanea, a metà tra nudo artistico e scultura.

Artista tedesco nato a Berlino nel 1968, Yoram Roth dal 2011 è impegnato nella produzione di opere  che potremmo definire trasversali tra diverse discipline: fotografiascultura e pittura. Il punto di partenza comune è sempre la fotografia di nudo artistico che di volta in volta viene sviluppata attraverso tecniche di stampa e rielaborazione, per poi essere ricomposta in una nuova versione “a strati” dove il corpo femminile è inserito in una dimensione spaziale astratta e indefinita. Una soluzione che consente all’osservatore di focalizzare lo sguardo su una specifica parte della composizione stessa. Ed è proprio questo aspetto che ha segnato l’inizio di un approccio sempre più scultoreo al suo lavoro.

Con la nuova serie Spatial Concepts, Yoram Roth entra in un nuovo territorio, concentrandosi su composizioni elaborate pur mantenendo la sua visione e approccio alla fotografia di nudo. Ispirandosi al lavoro degli artisti d’avanguardia italiani degli anni ’60 come Lucio Fontana, Agostino Bonalumi ed Enrico Castellani, anche definiti “Spazialisti”, Roth ha iniziato a fondere fotografia, scultura e la più attuale tecnologia. Obiettivo ultimo dei suoi recenti lavori è quello di creare spazi multidimensionali che vanno al di là della classica fotografia.

I nudi di Frank De Mulder

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Il volume Heaven del fotografo belga Frank De Mulder, edito da teNeues, celebra la sensualità del nudo femminile.
Nel gotha dei maestri della fotografia erotica di alto livello un posto speciale è occupato da Frank De Mulder.
Autore di diversi volumi fotografici molto apprezzati da intenditori e appassionati del genere – Senses (2007), Pure (2010), Glorious (2013) -, il maestro belga dell’erotismoha di recente presentato un nuovo capitolo – edito da teNeues–  della sua personale serie di nudi femminili, dall’emblematico titolo Heaven.

La raffinata sensualità che da sempre permea i suoi scatti, in questo nuovo volume è rappresentata da splendide modelle dal fisico mozzafiato, ritratte in pose provocanti e, spesso, in scenari esotici che richiamano l’immaginario dell’eden. Irraggiungibili e divine, le donne di Frank De Mulder provocano l’osservatore con posture maliziose e atteggiamenti allusivi, ma senza mai scadere nella volgarità.
Sfogliare le pagine di Heaven in effetti equivale a intraprendere un coinvolgente viaggio in un regno incantato, favolistico, un universo parallelo carico di sensualità femminile e di un tocco di sottile, ricercato erotismo che il fotografo riesce a ricreare con abilità e grazie anche alla sua capacità di entrare in empatia con le modelle ritratte. Doti che gli hanno permesso di affermarsi come uno dei più apprezzati professionisti nel campo della fotografia sexy chic contemporanea.

Il volume Heaven di Frank De Mulder è edito da teNeues

www.frankdemulder.com

Scatti intimi di prostitute negli anni ’70 a Parigi

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Attualmente in mostra a New York, le fotografie di Jane Evelyn Atwood dipingono un ritratto del quartiere a luci rosse di Parigi dal 1976 al 1979.

Articolo tradotto con google, in lingua inglese lo trovate qua

Originaria di New York City, Jane Evelyn Atwood viaggiò in Europa nell’estate del 1971 dopo essersi laureata al Bard College, dove aveva studiato teatro. Senza piani per il suo futuro e senza motivo di tornare a casa, decise di rimanere in Francia. Mentre lavorava come ragazza alla pari, Atwood si rese conto di essere profondamente infelice e trovò una terapista di lingua inglese che l’aiutò a sbloccare una sorgente di creatività dentro di lei, che era stata precedentemente bloccata.

Una sera, mentre partecipava alle aperture della galleria del martedì sera,  Atwood incontrò una donna che le disse di conoscere una prostituta. “Avevo visto queste donne prostitute per strada sussurrare agli uomini che passavano questi incredibili costumi e pellicce, gioielli e trucchi”, ricorda. “In Francia, la prostituzione non è illegale; è ciò che chiamano “tollerato”. Nel 1975, hanno avuto il permesso di stare in strada e sollecitare “.

Quella stessa sera, la donna portò Atwood in 19 Rue des Lombards, un bordello situato nel centro di Parigi, e finirono per bere champagne con un gruppo di prostitute. “Era molto chic essere lì”, dice. “Ero molto eccitato perché ero in questo mondo sconosciuto e completamente proibito – era proprio dove volevo essere.”

“Ero molto timido, riuscivo a malapena a parlare, e ad un certo punto Blondine, una delle prostitute che era estremamente bella e molto diversa dalle altre, iniziò a prendermi in giro e disse: ‘Qual è il problema con la piccola americana? Lei è così timida. Lei non parla. ‘”

Quando se ne andò quella notte, Atwood sapeva che voleva fotografare queste donne. Tornò in Rue des Lombards ma non vide nessuno che conosceva, così decise di scrivere una lettera a Blondine, chiedendo di fotografarla. Blondine accettò l’offerta e invitò Atwood a farle visita per lavoro, lavorando per le strade dalle otto di sera fino all’alba.

“Era l’unica in tutto l’edificio a non avere un magnaccia e questa era la ragione per cui potevamo avvicinarci”, afferma Atwood. “Mi ha preso sotto la sua ala. Ad un certo punto disse: “Perché non vieni dentro e tieni la mia compagnia mentre aspetto i clienti?” “

Con ciò, Atwood era presente e, a poco a poco, ottenne l’accesso al mondo segreto del quartiere a luci rosse di Parigi. Nel corso di un anno, Atwood realizzò la sua prima serie di lavori, Rue des Lombards (1976-1977), alcune delle quali sono ora in mostra a Parigi Red Light 1976-1979 insieme a fotografie di prostitute trans di Pigalle People (1978– 1979).

“Ho imparato tutto ciò che ho bisogno di sapere su come scattare le foto che ho scattato da allora in questo bordello”, afferma Atwood. Le lezioni continuarono quando incontrò il fotografo Magnum Leonard Freed , che la spinse ad approfondire, dicendo ad Atwood: “Forse puoi fare un piccolo libro su questo. Non ho mai visto nessuno così vicino alle donne come lo sei ora. Hai un ingresso, quindi dovresti provare a [entrare nelle stanze con i clienti]. ”

Con l’incoraggiamento di Freed, Atwood ha pubblicato un libro, Nächtlicher Alltag (“Daily Night Life”) nel 1980, che ha revisionato e pubblicato come Rue des Lombards (Edizioni Xavier Barral) nel 2010.

A soli 24 anni quando ha realizzato queste opere, Atwood le considera tra le migliori. “C’è una freschezza che hai quando sei ingenuo”, dice. “Non sei troppo spaventato per non andare lì e sei così entusiasta di ciò che sta accadendo, ed è quello che c’è nel lavoro.”

Jane Evelyn Atwood: Paris Red Light 1976-1979  è in mostra a L. Parker Stephenson Photographs, New York, fino al 23 novembre 2019.

Le donne di Olivier Zahm

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I suoi scatti sensuali sono esposti nelle gallerie di mezzo mondo. Il 51enne artista parigino si racconta in una biografia per immagini (“O.Z Olivier Zahm: Diary, Rizzoli) attraverso le sue modelle.

Eclettico, trasgressivo, in controtendenza. Da oltre 20 anni i suoi acclamatissimi scatti colmi di donne affascinanti in pose sensuali e di artisti ribelli raccontano l’inaccessibile universo delle élite creative di mezzo mondo.

Parigino, classe 1963, fondatore del magazine di moda Purple Fashion, Olivier Zahm ha esposto le sue fotografie in gallerie presti- giose come la LeadApron di Los Angeles, la Half Gallery a New York e la Colette di Parigi: secondo alcuni critici la sua estetica è connotata da un gusto naïf rétro, ispirato alla sensualità dello scultore impressionista Auguste Rodin e immune dalle contaminazioni delle mode contingenti.

Lui spiega così la sua arte: “Alcuni fotografi usano le persone come oggetti, dicono “metti il braccio qui, sposta più a destra le gambe”. Io cerco l’emozione, voglio catturare un’interazione. Magari sono attratto da una donna e semplicemente la fotografo. Sta tutto nel gioco seduttivo tra me e lei”.

È da poco uscito O. Z. Olivier Zahm: Diary (Rizzoli International), una raccolta degli scatti preferiti dell’artista, un viaggio autobio- grafico per immagini, un libro la cui essenza è colta dalla citazione d’apertura del poeta Rainer Maria Rilke: «L’esperienza artistica è incredibilmente prossima a quella sessuale».

Fonte: style.corriere.it

La femminilità rappresentata da Zoe Natale Mannella

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Zoe Natale Mannella, giovane fotografa napoletana dall’estetica tanto delicata quanto sensuale.
Tra i tanti pregiudizi che investono il settore fashion, ce n’è uno bello grosso che grava sulle spalle della fotografia di moda: è spesso ritenuta spersonalizzata e spersonalizzante, volta solo ed esclusivamente a valorizzare il capo o l’accessorio oscurando l’identità dell’autore e del soggetto.

Dagli anni ’80 in poi i fotografi di moda hanno messo in discussione tutto quell’immaginario patinato – Helmut Newton vi dice nulla? – e la loro impronta personale ha iniziato a emergere sopra a tutto, infrangendo quell’effetto impostato anni ’70 che faceva molto copertina di plastica pensata a tavolino. A volte, ancora oggi, si tende a snobbare la fotografia di moda in favore di lavori documentari o di reportage, considerati più “utili” – categoria di giudizio di per sé piuttosto discutibile in fatto di arte – e “veri”, dimenticando che dietro a ogni inquadratura c’è sempre una sensibilità che prende delle scelte a seconda di come vuole collocare i propri scatti all’interno dei discorsi contemporanei – corpo, femminilità, identità, estetica. E anche se si tratta di moda il discorso rimane più che valido.
Ecco perché ricerche come quella di Zoe Natale Mannella sono la dimostrazione di quanto queste schematizzazioni non abbiano senso e siano solamente fuorvianti nei confronti di un’opera fotografica. Zoe non è una fotografa di moda né una fotogiornalista, è entrambe le cose e anche molto di più: gioca con i vestiti e i corpi per riflettere su ciò che significa per lei essere donna oggi e sullo storytelling femminile contemporaneo, frutto di una grande presa di coscienza nei confronti del proprio corpo e dell’infinità di modi possibili in cui ci si può sentire sicuri di sé e sereni. Senza alcuna intenzione pedagogica, Zoe si limita a scattare per conoscere, per scoprire ciò che esprimiamo attraverso i nostri corpi, con una delicatezza poetica, come fosse una fiaba visiva.

Ma lasciamo che sia direttamente lei a parlare nello specifico di questo suo progetto: Taxidì.

Ciao Zoe! Ho conosciuto il tuo lavoro per la prima volta l’anno scorso, quando hai scattato il lookbook di Vìen. È chiaramente un lavoro di fashion photography, ma con uno studio della composizione e un’attenzione al volto insoliti in questo settore. Tu ti consideri una fotografa di moda? Perché?
Ciao Amanda! Beh, sicuramente in quel lavoro c’era anche una grande ricerca di styling e devo riconoscere che Thais fece davvero una super ricerca. Mi considero una fotografa di moda perché credo che attraverso la coniugazione di capi, modelle, luci ecc. io riesca a esprimermi in modo più completo di quanto potrei se facessi ad esempio pura fotografia d’arte. Mi piace usare i vestiti, mi piace guardarli, capire i loro punti di forza, farli muovere, trovare un’inquadratura che possa rendermi soddisfatta. Mi piace dovermi confrontare con un medium che si interpone tra me e ciò che voglio esprimere nella foto. In definitiva, porrei la mia fotografia a cavallo tra la moda posata dei grandi magazine e un approccio più artistico o da reportage.

E come hai cominciato? Ho letto in giro che ti sei avvicinata alla fotografia sin da piccola, vuoi parlarcene in modo più approfondito?
La prima reflex mi è stata regalata a 12 anni da mio papà, che è un appassionato di fotografia. Lì è scattata la scintilla. Mi sono dedicata alla fotografia durante gran parte dell’adolescenza, ma se dovessi dire che ero una di quelle teenager prodigio che a 15 anni fanno foto mozzafiato, mentirei! Ho iniziato a pensare seriamente alla fotografia come lavoro appena finito il liceo. Mi sono iscritta alla facoltà di biologia a Napoli (assurdo, vero?) e dopo i primi mesi ho iniziato a sentire di stare facendo la cosa sbagliata, come un’angoscia che non mi lasciava andare. Così un giorno ho deciso di trasferirmi a Milano. Non sapevo bene come sarebbe andata, non avevo contatti né un portfolio decente. Sapevo solo che quello della fotografia era un mondo che mi affascinava e di cui volevo far parte. Da fuori sembra tutto idilliaco: le sfilate, le top model, la grande città. Piano piano mi sono fatta strada nei backstage, ho conosciuto persone che mi hanno aiutato a capire quale fosse la mia strada e come iniziare a percorrerla (tra queste sicuramente Alessio Costantino è stato un punto di riferimento fondamentale per me) e mi sono buttata a capofitto in questo mondo frenetico. Poi è successo tutto il resto.

Sei nata a Londra, poi ti sei trasferita a Caserta e nel 2017 sei arrivata a Milano? Credi che quest’ultima città offra ai giovani fotografi un ambiente abbastanza internazionale e creativo in cui vivere? E perché hai scelto di non tornare a Londra, che da molti è vista come La Mecca della creatività?
Sì, ho girato un po’. Mio padre vive a Lugano, quindi sono cresciuta tenendo sempre un piede fuori da Caserta, e credo che sia stato fondamentale per la mia formazione. Milano è stata una piacevole sorpresa. Quando cresci nel sud Italia sei un po’ inconsciamente spinto a demonizzare il nord e a pensare all’estero come a un paradiso di opportunità e offerte di lavoro. Invece io ho trovato qui la mia dimensione. Ho le mie amiche, la mia casa, i miei posti preferiti, l’università. Dico sempre che Milano è un buon compromesso tra una grande metropoli internazionale e una piccola cittadina dove muoversi in bici e tutto è raggiungibile comodamente con i mezzi pubblici. Londra è the place to be se vuoi fare il mio lavoro, questo è indubbio. Ci sono mille redazioni, mille designer, mille opportunità in più, ma è una città troppo frenetica per me. La vita costa cara e la concorrenza sfrenata non aiuta. Sicuramente tornare a Londra è nei miei piani, soltanto vorrei farlo al momento giusto, quando sarò abbastanza formata per fare il salto senza ritrovarmi a dover fare due lavori per pagare l’abbonamento dei mezzi.

Nella serie Taxidì parli di un’Italia, anzi, di una Puglia, sospesa fuori dal tempo. Le foto potrebbero essere state scattate ieri come 50 anni fa. È una scelta voluta?
Taxidì non è stato un progetto pensato. Ero semplicemente lì, in vacanza con le mie amiche, e ho scattato delle foto. Riguardandole mi sono resa conto che esprimevano esattamente ciò che per me significa essere donne, essere serene e amare. La Puglia è uno dei posti che preferisco, ci torno in pellegrinaggio almeno una volta all’anno. Quei luoghi sono così selvaggi e incontaminati da sembrare fuori dal tempo, andavamo in giro tra rocce e calette dimenticate. È stata una scelta voluta, certo, ma in reazione a ciò che hanno suscitato in me i luoghi in cui sono andata a passeggiare e fare il bagno con le amiche, non da un set fotografico “istituzionale”.

Alcuni scatti sott’acqua mi ricordano Le Sirene di Kate Bellm, che ci aveva spiegato: “Mi piace il contrasto tra i miei scatti di moda, così innaturali e impostati, e quelli completamente liberi e selvaggi che faccio per il mio portfolio personale. Credo sia un po’ il modo in cui percepisco il mondo.” Sei d’accordo con lei? Anche per te esiste un confine così netto tra fotografia di moda e progetti personali?
La mia ricerca vorrebbe proprio accorciare il gap tra questi due mondi. Credo sia necessario che, dopo un po’ di sperimentazione di stili e tecniche diverse, uno trovi la propria strada e la segua. Penso che una situazione intima e spontanea, per quanto sia pur sempre una costruzione fittizia, mi si addica di più rispetto alle foto molto posate anni ’70. Quindi al momento anche le mie foto “moda” puntano a una maggiore fluidità di movimenti e a espressioni più naturali.

Il corpo femminile è il grande protagonista di tutti i tuoi lavori, che fotografi con delicatezza e poesia, quasi stessi raccontando una fiaba visiva. Perché hai scelto di concentrarti proprio sulle forme della donna?
L’interesse verso la narrazione del corpo femminile nasce da una grande presa di coscienza di ciò che significa imparare a vivere nella propria pelle e nel proprio corpo. Durante l’adolescenza non fai caso a come ti senti, a come sta il tuo corpo, pensi solo se ti piaci o meno, se rispetti i canoni, se devi perdere peso, se hai le gambe a “x”… Qui a Milano ho lentamente iniziato a porre attenzione al significato di “stare bene”. A come le persone si relazionano con il loro corpo e in quanti modi diversi ci si può sentire sicuri di sé e sereni nella propria pelle. La mia, però, non ha mai voluto essere un’indagine sociale. Scatto per conoscere. Scatto perché sono attratta dalla capacità che i nostri corpi hanno di esprimere ciò che siamo e sentiamo. Preferisco le donne perché credo di essere più disinibita con loro, riesco più facilmente a sentirmi a mio agio e a mettere loro a proprio agio.

Cosa c’è nel tuo futuro? Programmi, idee, mostre, viaggi?
Ho mille progetti in corso. Ad agosto avrò l’opportunità di far parte del Base Camp durante il Festival del Cinema di Locarno, un’iniziativa offre una residenza d’artista a una selezione di giovani talenti, con l’obiettivo di realizzare i propri progetti personali e raccontare l’atmosfera del festival.
Fonte : I.D.vice.com
Consiglio di guardare anche le bellissime foto di questa serie sempre realizzate da Zoe Natale Mannella.

“Mondo sexy” l’erotismo degli anni 60 raccontato alla mostra di Venezia.

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Mondo sexy. Il documentario erotico italiano degli anni ’60, per la regia di Mario Sesti, sarà l’evento speciale delle Giornate degli Autori alla 76esima Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia. Grazie al montaggio fitto e incalzante di sequenze tratte dai documentari erotici degli anni ‘60, il cosiddetto genere ‘mondo’, con titoli come Notti e donne proibite, 90 notti in giro per il mondo, Super sexy 64, il film propone un viaggio nel mondo dello strip tease e nella vita notturna degli anni ‘60 di città come Parigi, Londra, New York, Hong Kong, Tokyo e altre località esotiche, mappate dall’immaginario popolare di questo cinema che nella forma del reportage evocava l’universo del proibito, del nudo, del desiderio.
Attraverso l’analisi e la decostruzione di stereotipi culturali, discriminazioni etniche, figure ricorrenti e clichè visivi , il film, con il supporto della testimonianza di esperti, autori dell’epoca, giornaliste, studiose, critici, traccia la distanza che ci separa da quello sguardo sul corpo femminile e il modo in cui questo, oggi, è capace di rovesciare dinamiche e relazioni che sembravano connaturate alla rappresentazione stessa del sesso. “Il film setaccia e decostruisce figure, narrazioni e modi di produzione di questi film a basso costo che realizzavano grandi profitti (fino a quattro volte il loro costo) – dice il regista – ma soprattutto passa a raggi X le modalità di discriminazione e adozione di stereotipi sessuali, sfruttamento e abuso dell’immagine del corpo femminile che oggi appaiono altamente controverse e che in questi film sembrano messi sotto una lente d’ingrandimento “involontariamente” rivelatrice.
Attraverso le testimonianze di critici ed esperti del genere, di giornaliste e studiose contemporanee, di terapeute e protagoniste del burlesque, ho cercato di mappare e ricostruire il set dell’immaginario di quel cinema, il modo in cui riflette società, ritualità, idee e comportamenti dominanti e traccia, da quella scena, la distanza che, dopo la rivoluzione del Me Too, in tutto il mondo, ci separa nettamente da uno sguardo di cui abbiamo imparato a riconoscere i limiti, l’inadeguatezza, l’odioso potere. Proseguendo un lavoro che ho iniziato ad amare con gli altri due film selezionati dalla Mostra del Cinema (La voce di Berlinguer, 2014, e La voce di Fantozzi, 2017), ho cercato di usare le grandi potenzialità visuali del lavoro della CGI (Computer Generated Image) sul found footage e sul materiale di repertorio fondendo la ricerca, la documentazione, il film-saggio, con la creatività di un design cinematografico capace allo stesso tempo di leggere, interpretare e dare nuova forma a materiale in pellicola preesistente”

Il documentario apre ad un’ulteriore riflessione sulla donna che prima amava farsi vedere, ritrarre così com’era, in modo autentico, vero, senza ritocchi di chirurgia o di photoshop e l’uomo ne godeva apprezzandone le forme, la libertà del suo essere erotica con leggerezza, a differenza di oggi dove gli inestetismi vengono debellati per una perfezione fredda, asettica, priva di passione ed erotismo.