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“Mondo sexy” l’erotismo degli anni 60 raccontato alla mostra di Venezia.

Mondo sexy. Il documentario erotico italiano degli anni ’60, per la regia di Mario Sesti, sarà l’evento speciale delle Giornate degli Autori alla 76esima Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia. Grazie al montaggio fitto e incalzante di sequenze tratte dai documentari erotici degli anni ‘60, il cosiddetto genere ‘mondo’, con titoli come Notti e donne proibite, 90 notti in giro per il mondo, Super sexy 64, il film propone un viaggio nel mondo dello strip tease e nella vita notturna degli anni ‘60 di città come Parigi, Londra, New York, Hong Kong, Tokyo e altre località esotiche, mappate dall’immaginario popolare di questo cinema che nella forma del reportage evocava l’universo del proibito, del nudo, del desiderio.
Attraverso l’analisi e la decostruzione di stereotipi culturali, discriminazioni etniche, figure ricorrenti e clichè visivi , il film, con il supporto della testimonianza di esperti, autori dell’epoca, giornaliste, studiose, critici, traccia la distanza che ci separa da quello sguardo sul corpo femminile e il modo in cui questo, oggi, è capace di rovesciare dinamiche e relazioni che sembravano connaturate alla rappresentazione stessa del sesso. “Il film setaccia e decostruisce figure, narrazioni e modi di produzione di questi film a basso costo che realizzavano grandi profitti (fino a quattro volte il loro costo) – dice il regista – ma soprattutto passa a raggi X le modalità di discriminazione e adozione di stereotipi sessuali, sfruttamento e abuso dell’immagine del corpo femminile che oggi appaiono altamente controverse e che in questi film sembrano messi sotto una lente d’ingrandimento “involontariamente” rivelatrice.
Attraverso le testimonianze di critici ed esperti del genere, di giornaliste e studiose contemporanee, di terapeute e protagoniste del burlesque, ho cercato di mappare e ricostruire il set dell’immaginario di quel cinema, il modo in cui riflette società, ritualità, idee e comportamenti dominanti e traccia, da quella scena, la distanza che, dopo la rivoluzione del Me Too, in tutto il mondo, ci separa nettamente da uno sguardo di cui abbiamo imparato a riconoscere i limiti, l’inadeguatezza, l’odioso potere. Proseguendo un lavoro che ho iniziato ad amare con gli altri due film selezionati dalla Mostra del Cinema (La voce di Berlinguer, 2014, e La voce di Fantozzi, 2017), ho cercato di usare le grandi potenzialità visuali del lavoro della CGI (Computer Generated Image) sul found footage e sul materiale di repertorio fondendo la ricerca, la documentazione, il film-saggio, con la creatività di un design cinematografico capace allo stesso tempo di leggere, interpretare e dare nuova forma a materiale in pellicola preesistente”

Il documentario apre ad un’ulteriore riflessione sulla donna che prima amava farsi vedere, ritrarre così com’era, in modo autentico, vero, senza ritocchi di chirurgia o di photoshop e l’uomo ne godeva apprezzandone le forme, la libertà del suo essere erotica con leggerezza, a differenza di oggi dove gli inestetismi vengono debellati per una perfezione fredda, asettica, priva di passione ed erotismo.

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